Nei suoi ricordi di bambina erano fiori carnosi rinchiusi in scatole di cartone con una finestrella trasparente. Il gambo reciso immerso in una fiala di vetro ricoperta di carta colorata. Le sembravano fatine imprigionate in quella gabbia di colori tenui. Non sapeva coglierne la bellezza o l’armonia ma lo stesso quando ne vedeva una sul tavolo del soggiorno, sentiva il cuore scoppiare. Il viaggio era finito e il suo papi era tornato. Rimaneva un attimo sulla porta della stanza a guardare l’orchidea immobile sul piano d’ebano, poi correva sulle gambette di bimba e raggiungeva il suo regalo. Se la scatola nel quale era racchiuso diventava uno scrigno prezioso, il contenuto lo era ancora di più. Quell’unico fiore che si affacciava dal suo davanzale di plastica non era soltanto un gesto d’amore. Era il saldo di un pegno. Il mantenimento di una promessa.
“Torno presto piccola mia, starò via solo pochi giorni” e poi spariva, dietro la porta pesante, col suo cappotto che sapeva di naftalina e la scia pungente di quel dopobarba che lei gli regalava puntualmente per ogni festa del papà.
Lo seguiva con le pupille lucide e, quando la porta si richiudeva dietro di lui, correva allo specchio per controllare il colore dei suoi occhi. Verdi, quando piangeva i suoi occhi erano verdi. Solo in quel caso le nocciole si trasformavano in foglie, e mantenevano quella sfumatura di bosco quando si sedeva mesta a fare colazione, preparava lo zaino per andare a scuola, prendeva il bus senza mai trovare un posto a sedere, tornava a casa e faceva i compiti. Uno, due, dieci giorni, finché una mattina si svegliava e sul tavolo del soggiorno trovava il regalo tanto atteso. Sapeva che lui era tornato, anche se non lo vedeva. Ne sentiva l’odore e, se tendeva l’orecchio, percepiva nell’aria la vibrazione del suo sonno pesante.
La prima cosa che faceva era sedersi al tavolo, con le unghie rosicchiate tirava via lo scotch trasparente che sigillava la scatola, poi con una delicatezza insolita per una bimba così piccola, liberava la sua fatina dalla prigione di cartone. La poggiava sul tavolo e la guardava. Cinque petali carnosi cingevano quello che sembrava il becco di un uccello tropicale. Gli ricordava i pappagalli che aveva visto a casa della sua compagnetta Clara.
Ecco cosa rendeva le sue orchidee così speciali e diverse da qualsiasi altro fiore: erano vive. Avevano bocca e occhi nascosti tra la corolla sfavillante.
Se ci passava sopra un dito la solleticavano come fossero di velluto. Un velluto puntellato di minuscole sporgenze. Lingue violacee costellate di papille sensibili. Se poi spingeva il dito dentro la bocca della fatina, una colla trasparente si mescolava a polline giallo rimanendole sul polpastrello. Aveva un odore strano quell’intruglio, dolce e pungente allo stesso tempo, vaniglia e pepe nero. Una saliva profumata che asciugava distratta sul pigiama.
A lei piaceva guardarle, esplorarle, la curiosità della bimba riusciva a scoprire in ogni singolo, unico fiore, un aspetto sempre diverso, una sfumatura appena accennata che la volta prima non c’era. Erano cose che un adulto non avrebbe mai notato, lei invece sì, riusciva a individuare le impercettibili virate di colore. Più rosso, più viola, quasi candido, rosato. C’era anche del giallo a volte e ne ricordava una nella quale le venature tendevano persino al blu.
La prima volta che ne aveva ricevuta una avrà avuto cinque anni, e no, non le aveva mai contate. Quando tuo padre fa il pilota su voli intercontinentali, le partenze sono davvero troppe per tenerle a mente una per una. Le bastava sapere che ogni volta che una porta si chiudeva era solo questione di tempo, la fatina sarebbe tornata e l’avrebbe aspettata al risveglio sul tavolo del soggiorno.

Qualcuno dice...